Il retrogusto del dolore

La tolleranza agli stimoli che tanto ci gratificano, l’assuefazione ai cosiddetti paradisi artificiali o naturali in cui spesso e volentieri ricerchiamo conforto dagli affanni della vita, sembrerebbe essere il risultato di complessi processi di adattamento del nostro cervello, che dopo una esposizione protratta a suddetti paradisi, si opporrebbe all’azione delle stimolazioni piacevoli rendendole così meno efficaci. Quasi come se il nostro cervello temesse di poter morire per la troppa felicità, vallo a capire..
Decidiamo così di non voler mai abbandonare il paese dei balocchi; quel luogo dove non vi sono scuole o maestri che ci rimproverano, non vi sono imposizioni ma solo piaceri e puri divertimenti orgiastici. Allora giochiamo, ci abbracciamo, saltiamo, balliamo, mangiamo e beviamo senza sosta, euforici ed estasiati dal piacere di quel luogo apparentemente incantato. Passano i giorni e mentre siamo beatamente immersi nei nostri giochi, improvvisamente incominciamo a notare delle nuvole all’orizzonte, il cielo ci sembra stranamente più grigio, ciò nonostante non ci fermiamo, continuiamo a scorrazzare felici e spensierati. Qualche tempo dopo però qualcosa sembra cambiare.. è come se gli abbracci non siano più così accoglienti, è come se i baci e i vini abbiano un sapore più amaro, ascoltando la musica improvvisamente non proviamo più gli stessi brividi lungo la schiena e ci accorgiamo che a furia di ballare ci siamo logorati le caviglie. Cosa ci succede ? Ci baciamo di più, saltiamo più in alto, corriamo più veloce, alziamo il volume dello stereo eppure tutto ciò sembra non bastarci. Come sempre, è la mente impaurita a prendere il sopravvento.

Il paese dei balocchi che fino ad allora ci era sembrato un luogo incantato adesso non è altro che un paese come gli altri. Siamo confusi, disorientati. Non ci resta che fuggire. Fuggiamo da quell’eden che ci aveva accolti, che avevamo tanto amato ma che amare purtroppo più non sapevamo.. Superati i cancelli, ad attenderci vi è una terra fredda e desolata, dove i semi non crescono, dove i sassi rendono il cammino difficile e doloroso, dove non vi è nessuno al di fuori di noi stessi. Nessuno che ci abbracci, nessuno che ci ascolti, nessuna melodia, solo sofferenze e interminabili silenzi. Dopo aver vagato tanto a lungo in questi luoghi desolati cominciamo a sognare di nuovo di ritornare da dove eravamo partiti. Di colpo sentiamo nel petto il calore degli affetti perduti, nella bocca i sapori mai più riassaporati e nelle orecchie riecheggiano le deliziose musiche del paese dei balocchi. Era stata la troppa euforia a renderci insensibili ? È allontanandoci dal piacere che avevamo così riscoperto il piacere stesso? È attraverso la sofferenza che eravamo stati in grado di avvertire nuovamente i nostri battiti ? Era il dolore una condizione esistenziale e come tale andava semplicemente accettato? Era l’unica soluzione al dolore il dolore stesso? Era dunque il dolore in realtà nient’altro che il piacere ed era la ricostruzione della felicità la felicità stessa ? Ad ogni modo spero tanto siate riusciti a seguirmi. Io stesso a furia di pensare a queste cose non ho fatto altro che procurarmi un gran mal di testa e francamente mi sento anche un po’ idiota.

A tale proposito però, c’è una storia che potrebbe venirci in aiuto o peggio confonderci ulteriormente le idee. Fa più o meno così, parafrasando : ‘c’era una volta un prete che vide un uomo addolorato dimenarsi su di una panchina nel parco. Egli si avvicinò all’uomo e gli chiese se potesse in qualche modo essergli d’aiuto. L’uomo rispose che era colpa delle sue scarpe, che erano un 42 quando in realtà avrebbe dovuto indossare un 45. Allora il prete gli chiese per quale motivo non se ne procurasse un paio più grande. E l’uomo allora gli disse : veda signor prete, io ho un lavoro che odio, uno stipendio che mi consente a stento di pagarmi le bollette, mia moglie non fa altro che ripetermi che sono un incompetente e di far l’amore non ci pensa nemmeno, mio figlio è stato arrestato per spaccio mentre la mia povera figlia è stata messa incinta da uno stupratore. Sfilarmi queste scarpe alla sera è l’unico piacere effimero che riesco ancora a provare e lei vorrebbe che me ne liberassi ?!’. Dopo tutte queste riflessioni contorte e masturbazioni intellettuali, purtroppo non saprei dirvi se la chiave per sentirsi realmente vivi e ‘intolleranti’ sia quella di ingannare il nostro cervello e di astenerci dai piaceri, o peggio, di vivere da autolesionisti, che giorno dopo giorno si infliggono sofferenze soltanto per poter raccogliere delle misere briciole di sollievo. Ma di una cosa sono certo.. nella vita non potrai mai conoscere il sapore della felicità se non accetti di provare il gusto del dolore.