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Edward Prescott, economista Premio Nobel: “L’Europa uscirà dalla crisi il vero malato restano gli Stati Uniti”

2 dicembre 2010
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Edward Prescott parla della crisiEdward Prescott, Premio Nobel 2004, economista americano rappresentante della scuola monetarista di Chicago, appoggia le politiche europee in questo momento di : “Cosa c’è di sbagliato nel rigore fiscale che i tedeschi premono perché l’Europa adotti con decisione? In fondo, la stessa Germania poi garantisce anche contributi di sostegno, e ora addirittura spinge sul Portogallo perché li accetti in via preventiva. Questa formula di austerity e sovvenzioni può garantire fiducia nel futuro, ripresa degli investimenti, insomma mette al riparo dalla recessione”.

Riportiamo qui l’intervista di Eugenio Occorsio per La Repubblica:

D. Allora, professore, andiamo con ordine. La formula europea del rigore a tutti i costi, salvo poi intervenire quando scoppia l’emergenza, la preferisce a quella americana degli interventi a pioggia?

R.Beh, guardate ai risultati che ha avuto in America la via opposta, quella espansiva, un misto di keynesianesimo e di vero e proprio socialismo. Ma che senso ha avuto nazionalizzare le aziende dell’auto, o non far fallire l’assicuratrice Aig? Il tutto si è risolto solo in una colossale dissipazione di soldi pubblici, nell’esasperazione degli squilibri globali soprattutto con la Cina alla quale la prima potenza economica del pianeta si è consegnata tramite il suo debito, ma soprattutto in una disoccupazione al 10%, e al 1415 in diversi stati particolarmente colpiti dalla crisi immobiliare come Nevada, California e Florida. Una disoccupazione dalla quale non si uscirà facilmente. Si comincia a parlare di “decennio perso” per l’America, come è successo al Giappone negli anni ’90, e secondo me bisogna cominciare a crederci. Intanto, tutto il resto del mondo tranne l’America e l’Europa occidentale, è in ripresa: avete idea di cosa sta succedendo in Brasile o in Turchia?

D. Però i sostenitori di Obama dicono che manca la controprova, cioè cosa sarebbe successo senza gli interventi prima del Tarp e poi del Recovery Act, e aggiungono che almeno 2,53 milioni di posti sono stati creati…

R. “Io la penso diversamente, e credo che il risultato delle elezioni di midterm mi dia ragione. Che Obama avrebbe fallito si era capito fin dai primissimi giorni della sua presidenza, quando emise un executive order che aboliva l’obbligo della valutazione costibenefici per gli investimenti pubblici, cancellando un precedente ordine esecutivo emesso da Reagan nel 1990 che invece era stato confermato da tutti i presidenti successivi, anche da Clinton. Chissà, forse doveva saldare qualche debito elettorale. Poi è arrivato questo fiume di denaro pubblico disperso in mille rivoli, anche per il meccanismo del pork barrel che credo in Italia conosciate bene: i deputati sono riusciti con qualche subdolo emendamento ai vari provvedimenti di spesa a canalizzare gli interventi presso piccole banche e industrie dei loro territori con zero risultati in termini di sviluppo nazionale. Detto questo, il pasticcio più grosso l’hanno fatto sul real estate”.

D. A cosa si riferisce?

R.Alla sostanziale nazionalizzazione del mercato dei mutui, con il diabolico concatenarsi dei costosissimi salvataggi per Fannie MaeFreddie Mac, degli acquisti dei titoli cartolarizzati, degli incentivi alla rinegoziazione dei prestiti, e una serie di altri interventi di sgravio e sostegno. Bene: il mercato della casa è tuttora in caduta e non si è arrestata l’ondata dei pignoramenti. Bel risultato”.

D. Lei è anche consulente economico dell’ufficio di Minneapolis della Fed, il secondo distretto del Paese dopo New York. Avrà un’utilità il quantitative easing?

R.Diciamo che date le circostanze, con l’esplosione del debito di cui parlavo e fermo restando che la Fed non è in grado di risolvere la disoccupazione, era una via quasi obbligata. Le rammento che l’intervento complessivo negli otto mesi previsti a partire da quello in corso, sarà di quasi 900 miliardi perché ai 600 del QE si devono aggiungere 250300 miliardi che la Fed ha deciso di investire sempre in titoli del Tesoro prendendoli dai profitti delle mortgage backed securities che si è accollata in questi anni. Il tutto comunque non avrà effetti inflazionistici né sull’America né sugli altri paesi, piuttosto potrebbe servire a scacciare la deflazione che viceversa rischia di essere incoraggiata se Obama aggraverà le tasse sui più abbienti, per l’elementare considerazione che proprio loro, i più forti “spenditori”, a quel punto rinvieranno acquisti anche importanti”.

D. Torniamo in Europa, dove gli interventi pubblici vanno avanti col lumicino. Qual è secondo lei il maggior problema del vecchio continente?

R.Sicuramente la cosa più urgente è il recupero della produttività da abbinare a una riduzione della pressione fiscale. Noi all’università abbiamo calcolato che negli ultimi vent’anni in Germania, Francia e Italia le tasse sul lavoro sono aumentate del 28% e le ore lavorate sono scese del 22%. In particolare in Italia, la produttività è assolutamente ferma da almeno 15 anni. Ora, che in momenti di emergenza come l’attuale si debbano imporre misure fiscali, come dicevo all’inizio, è inevitabile, ma strutturalmente sono ben altre le riforme da intraprendere”.

D. Ma l’Italia, a proposito, è a rischio?

R. Direi proprio di no, se non altro perché è, come si dice in America, troppo grande per fallire, e soprattutto troppo grande per essere salvata. Gli italiani hanno doti straordinarie di imprenditorialità, l’importante è valorizzarle con misure che agevolino gli investimenti e il lavoro, e che agevolino e facilitino il più possibile l’iniziativa industriale”.

fonte: La Repubblica


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